Il mio cane cozza. L’atteggiamento “appiccicoso” è tipico della razza?

Il cane ci tratta come simili o lo sa che non siamo cani?

Spesso determinati “club” social dedicati ad una razza in particolare identificano tra gli amanti di quella razza una caratteristica affettuosa, scherzosamente chiamandoli “cani cozza”. Come sappiamo la cozza, il mitilo (Mytilus galloprovincialis), è un organismo che ha un certo tipo di mobilità solo allo stadio larvale, ma che una volta scelto il substrato, tramite il bisso (composto da una sostanza cheratinosa e filamentosa), volgarmente chiamato corda, il bivalve si lega in un punto preciso e ci resta per tutta la vita. Da qui nasce la denominazione “cane cozza”, ovvero quel cane che ci sta piacevolmente appiccicato addosso.

Questo comportamento non deve essere frainteso come l’estremizzazione del cane con una forte insicurezza personale o un alta dimostrazione di ansia timorosa o peggio ancora ossessione comportamentale. No, per cane cozza si intende quel cane che se ne ha la possibilità si mette in posizione di relax, di riposo accanto a noi, spesso e volentieri toccandoci con parte del corpo (senza nessuna ansia da separazione dichiarata, senza nessuna altra problematica comportamentale dichiarata).

Questo articolo nasce forse più per ampliare la visione comportamentale e creare dei dubbi che non per risolvere enigmi. Troppo spesso tentiamo di assottigliare e ridurre le potenziali caratteristiche dei nostri cani a qualcosa di semplicistico e strettamente basato sull’osservazione personale, troppo spesso siamo artefici di standardizzazioni così poco calzanti con la situazione reale e varia che abbiamo di fronte. Solleviamo dubbi, ma solo perché sono dubbi importanti e ci possono “allargare gli orizzonti” della visione cinofila casalinga.

Il cane cozza

Il cane “appiccicoso” il cane cozza, quel cane che in fase di riposo e relax cerca il contatto con un altro membro sociale… Sentiamo spesso questa denominazione utilizzata dai proprietari di cani come i Rottweiler, i cani Corso, i molossi in generale, ma anche da cani da guardiania, Pastore Maremmano Abbruzzese, da cani da caccia come il Cocker Spaniel. Questo perchè in realtà questo tipo di atteggiamento lo hanno per lo più quasi tutti i cani ed è davvero difficile andare ad identificare chi lo è di più e chi lo è di meno.

Perché al di là della razza, vi sono delle analogie etologiche comuni abbastanza ovvie se vogliamo. Tutti i cani al di là delle peculiarità specifiche di selezione, sono prima di tutto cani e poi razza particolare e poi individuo speciale. Con questo voglio far riflettere, che un comportamento sociale come quello della vicinanza fisica tra gli elementi dello stesso branco e ciò che abbiamo affrontato nella saga della comunicazione cinofila come il “linguaggio tattile” ed è una forma di comunicazione tipica della specie ( e chiaramente non loro esclusiva). Quello di cui possiamo discutere è l’intensità e la frequenza di questo comportamento che ci fa discernere tra cane normalmente affettuoso e cane che “si appiccica sempre” addosso.

Riporto giusto qualche definizione da quell’articolo per non essere troppo ripetitivo ma riuscire a delineare meglio di cosa parliamo.

E’ chiaro che l’atteggiamento “cane cozza” del cane dipenda molto dal carattere del singolo soggetto, dal tipo e qualità di socializzazione e dal tipo di rapporto che si è instaurato nel binomio (o branco/famiglia), dalla nostra soggettività come proprietari, sia a livello prettamente ormonale che comunicativo sia essa comunicazione attiva o inconscia, dall’ambiente e dalla relazione con i partecipanti del gruppo sociale… non da ultimo dalla discendenza del nostro cane aureus o lupinus (secondo Konrad Lorenz). Ma cerchiamo anche di capire quanto la selezione di razza e le “linee di sangue” possano influire attivamente.

Il rottweiler spesso denominato cane cozza

Il linguaggio tattile

I cani comunicano tra di loro con la comunicazione tattile in maniera alquanto evidente ed a volte rozza agli occhi di noi umani.

  • L’intenso contatto fisico come mettere il muso del giovane o del subordinato tra le proprie fauci, il mettere la zampa sulla schiena dell’altro cane, il simulare una aggressione ritualizzata viene utilizzata per dichiarare superiorità o impressionare l’altro ad esempio.
  • Riposare a stretto contatto, posizionare la testa sopra le spalle di un altro cane durante l’incontro o l’approccio sessuale, leccare il viso dell’altro o mordicchiare con i denti anteriori (come a grattare o pulire l’altro)… Sono tutti gesti che servono per mantenere il legame sociale e rafforzarlo.

Dunque riposare vicini toccandosi e potenzialmente appoggiare il testone sulla gambe del proprio umano serve anche a mantenere il legame sociale e rafforzarlo. Quanto questa necessità o dimostrazione sia imputabile all’appartenenza ad una specifica razza? Beh, sostanzialmente da questo punto di vista, tutti i cani lo fanno e tutti ne sentono il bisogno. Utilizzano parte del loro linguaggio prettamente canino e parte del linguaggio acquisito nel corso dei millenni di addomesticamento venendoci un pochino incontro come ad esempio utilizzando mimiche facciali o vocalizzazioni particolari per farci comprendere meglio uno stato d’animo.

Evito di entrare nell’aspetto critico antropomorfico dell’uso errato che invece spesso fa l’uomo delle dimostrazioni fisiche, come l’abbraccio tanto caro a noi uomini che sembrerebbe invece essere decisamente mal sopportato dai cani, tranne che da una ristretta minoranza inferiore al 20%. Anche se studi scientificamente provati non ve ne siano ancora stati pubblicati (per lo meno io non ne conosco), è abbastanza palese che ai cani essere abbracciati non piaccia di solito.

Ma le carezze fanno bene all’uomo e fanno bene al cane. Piacciono all’uomo e piacciono al cane!!

A dimostrarlo sono gli studi che hanno sperimentalmente valutato la diminuzione della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca e l’aumento del sistema immunitario dell’uomo dopo aver accarezzato un cane… e nel cane dopo essere stato accarezzato.

Ecco alcune pubblicazioni sull’argomento:

  1. Physiological effects of human/companion animal bonding;
  2. Cardiovascular effects of human–pet dog interactions;
  3. Effect of petting a dog on immune system function;
  4. Heart rate mechanisms in instrumental conditioning reinforced by petting in dogs .

Capacità Sociale e Relazione

Quanto appena detto dimostra dunque una particolarità non peculiare intraspecifica ovvero non una forma di comunicazione, atteggiamento, che il cane usa solo tra conspecifici. E’ facile notare come il cane di casa abituato a vivere in un branco composto da cani, uomini e gatti mantenga la sua particolare voglia di dormire insieme ad un altro individuo, non obbligatoriamente conspecifico. Mantiene la sua voglia di mantenere i legami sociali leccando il gatto o l’umano in un processo di “grooming” (In etologia, la pulizia del mantello o della pelle effettuata da molti mammiferi sul proprio corpo o su quello di un individuo della stessa specie) atto spesso soltanto a rafforzare il legame.

Per quanto riguarda la relazione con il proprio umano è evidente come nel caso in cui il cane sia stato a contatto con l’uomo sin dalle sue fasi di vita iniziali, in quel periodo di imprinting (o impregnazione meglio identificato in tempi recenti) e ben socializzato successivamente (socializzazione secondaria) sia ben disposto a far parte di un branco/famiglia con dei ruoli sociali ben definiti e con la necessità che i legami e le relazioni sociali all’interno dello stesso siano chiarite, rispettate, mantenute, rinforzate.

Questo è un poco in contrasto con quella visione un po’ troppo stereotipata, a mio avviso, che vuole il cane rilegato a capire e comportarsi da cane solo con e nei confronti dei conspecifici e non con altri individui appartenenti ad esempio alla specie umana. Tale visione vorrebbe che il branco di cani possa definirsi tale essendo formato SOLO ed esclusivamente da cani. Eppure io sono convinto che si possa tranquillamente parlare di branco/famiglia e gli studi scientifici me ne danno ragione, ne vedremo qualche esempio più sotto.

Il branco/famiglia: un gruppo sociale molto intimo che si viene a formare in casa e dove gli appartenenti sono l’uomo, la donna, il bambino, il cane, la cagna, il cucciolo.

Il branco/famiglia

Io sono solito riferirmi al branco/famiglia ritenendolo un gruppo sociale cane/uomo (anche se solo il semplice binomio).

Per quanto concerne la linguistica un branco è formato da un gruppo di animali appartenenti ad una stessa specie, ma anche un gruppo di persone può essere definito branco per lo più in tono spregiativo (def. in Treccani). Quindi teoricamente un gruppo di animali uomo incluso, della stessa specie può formare un branco. Ed è qui che nasce la coniazione del termine branco/famiglia, perché pur non essendo della stessa specie, secondo me ci “trattiamo come se lo fossimo”.

Per quanto riguarda l’etologia è ampiamente dimostrato come le dinamiche del gruppo familiare che comprende le due specie, dell’uomo e del cane, siano dinamiche di branco a tutti gli effetti. Branco inteso come un gruppo sociale in cui intercorrono le dinamiche tipiche del proteggersi insieme, spostarsi insieme, cacciare, dormire ecc ecc. E’ ovvio che il cane sappia che non siamo cani, ma comunque trovo che la comunicazione con lui seguendo gli stessi rituali, le stesse regole, gli stessi atteggiamenti, non sia solo valida, ma anche corretta. Corretta si, perché lui lo fa con noi.

Lui si sforza di capirci e ci riesce bene. Parte della capacità cognitiva del cane risiede in qualcosa di biologico che esula l’apprendimento che può ottenere il cane vivendo in un contesto familiare. E’ proprio innato ed è un valore acquisito con l’addomesticamento del cane. Ne avevamo già parlato in altri articoli e più precisamente in quello dove affrontavamo le teorie evoluzionistiche del cane differenziandolo in maniera palese dal lupo, avendo seguito un percorso genetico differente quando nel paleolitico superiore la domesticazione del cane domestico cominciò.

Persino esperimenti atti a screditare la capacità unica del cane a capire i gesti del proprio umano rispetto a quella del lupo cresciuto in una famiglia umana hanno dovuto arrendersi all’evidenza, che se pur il lupo adulto (i cuccioli no) fosse tanto bravo a fare due più due e capire che ad esempio un umano indicasse con l’indice una direzione preferenziale per raggiungere il cibo, la difficoltà di concentrazione, la difficoltà ad andare a ricercare lo sguardo dell’uomo ed il tempo di mantenimento di quello sguardo erano abbondantemente a favore del cane.


In sintesi, nei cani le abilità sociali necessarie per utilizzare i segnali di puntamento umani o la preparazione per il loro rapido sviluppo sono state selezionate nel processo di addomesticamento. Per i lupi, un percorso di sviluppo compensativo potrebbe consentire la creazione delle basi comportamentali per una comunicazione e una cooperazione di successo con gli esseri umani in alcuni compiti. I lupi, tuttavia, reagiscono in misura minore alla socializzazione rispetto ai cani, che sono in grado di mostrare il controllo dei comportamenti agonistici e l’inibizione delle azioni in un’attività correlata al cibo nelle prime fasi dello sviluppo. L’ipotesi sinergica suggerisce che la differenza cane-lupo nella sensibilità per i segnali gestuali umani emerge sia a livello evolutivo che di sviluppo. Sono necessari ulteriori studi per indagare se questo può essere interpretato nel fenotipo come un cambiamento evolutivo nei tempi (eterocronia) di alcune abilità sociali nei cani

(Explaining Dog Wolf Differences in Utilizing Human Pointing Gestures: Selection for Synergistic Shifts in the Development of Some Social Skills)

Selezione e capacità cognitive

Abbiamo visto come con pochissime generazioni di selezione artificiale sia facile variare determinate caratteristiche morfologiche e cognitive. Porterò un esempio di ciò che sia possibile ottenere con l’addomesticamento in sole 12 generazioni di un canide (la volpe) che se vogliamo sono facilmente ottenibili in una decina/ventina d’anni e lasciare immaginare cosa sia possibile ottenere con decine di MIGLIAIA di anni di addomesticamento a cui il nostro canide preferito è andato incontro (15.000/45.000). Dunque già in base all’ampiezza dell’arco temporale pur non sapendo cosa si possa ottenere (ancora non l’ho detto) in 10/20 anni ci sembrerà ovvio che moltiplicato per migliaia la risultante potrebbe essere impressionante. Ed infatti lo è!

Poi circa trecento anni fa, ci fu il “boom” del selezionare le razze (per lo più in Europa), andando a cercare delle caratteristiche particolari da “fissare” su determinati individui che successivamente diventeranno coloro che rappresentano lo standard di razza tipico. 300 anni sono sufficienti per far variare capacità e caratteristiche tra cani selezionati in maniera diversa, ma sono nulla contro 20.000… Se per 20.000 anni il cane si è forgiato su determinati comportamenti è ovvio che saranno presenti in lui a livello biologico in maniera molto più marcata e “fissata”, che non delle varianti comportamentali definite negli ultimi 300.

L’addomesticamento e le abilità cognitive sociali

Negli ultimi 15 anni la scienza ha voltato lo sguardo passando dai primati come le scimmie antropomorfe ai cani, tanti sono gli studi di interesse sia prettamente rivolto alla sfera delle capacità cognitive umane che di interesse prettamente cinofilo e tanti ne verranno. Ma ovviamente abbiamo anche riferimenti di esperimenti e studi fatti anche nel passato. E’ facile avere in mano la chiave per aprire le porte della consapevolezza della domesticazione ed essere smentiti, o messi in discussione, pochi mesi dopo.

Ad ogni modo alcune palesi riflessioni sono e restano tali. Quanto detto nel paragrafo precedente è dimostrato da parecchi esperimenti fatti anche in studi distanti tra loro sia nel tempo che nello scopo. Alcuni li avevamo già menzionati ma mi sembra d’obbligo inserirli in questa discussione, perché secondo me danno un ampio valore alla comprensione di ciò che può rappresentare, da un lato il processo di una forma animale come il cane, nell’impegnarsi a capirci e comunicare con noi ed invece dall’altro valutiamo un’aspetto prettamente biologico funzionale. Alcuni questo processo sono soliti denominarlo sotto la definizione di empatia e bisogna dire non a torto… ma tratteremo la parte relativa alla capacità di empatia/altruismo/senso di giustizia in altra occasione.

I due esperimenti vedono un ricercatore Russo (ex Unione Sovietica) mandato in Siberia ad occuparsi di volpi allevate per l’industria delle pellicce. Ed un equipe più moderna di ricercatori che mette a confronto diverse specie animali alle prese con un esercizio abbastanza semplice.

L’esperimento russo

The silver fox domestication experiment Dura da 60 anni, perché alla morte del ricercatore Dmitri Belyaev (che cominciò lo studio nel 1959) fu preso in carico dai suoi “allievi” guidati da Lyudmila Trut ed ancora è in corso. Quello che l’esperimento dimostrò è quello che nell’articolo “Il cane non è un lupo” ho ribattezzato come “la teoria evolutiva morfologica”. In breve: selezionando artificialmente e dunque inducendo accoppiamenti selezionati per determinate caratteristiche comportamentali, si ottengono risultati straordinari su una serie di ampie variazioni, sia cognitive che morfologico/funzionali e comportamentali.

Questi gli effetti a breve termine (12 generazioni) di variazione nel processo di domesticazione notati sulle volpi argentate all’Institute of Cytology and Genetics in Novosibirsk Siberia, selezionate SOLO per la caratteristica comune di essere più docili (meno aggressive nei confronti dell’uomo):

  • Indebolimento cartilagini delle orecchie con effetto di orecchie pendule.
  • Riduzione della lunghezza del muso.
  • Riduzione delle dimensioni del cervello.
  • Modifica delle pigmentazioni del pelo (cambio colore e macchie).
  • Modifiche sulle cartilagini della coda (coda più corta e curva).
  • Modifica attivazione neuronale e funzionalità nei processi cognitivi (abilità nel “pointing” umano).
  • Aumento della vocalizzazione per comunicare con l’uomo (le volpi cominciarono ad abbaiare alla vista delle persone che le accudivano).
  • Atteggiamenti tipici del cane moderno come scodinzolare e leccare.

Alla trentacinquesima generazione il 70/80% delle volpi risultava comportarsi come i cani domestici. Tutte queste caratteristiche è facile paragonarle al nostro cane moderno nel momento in cui mettiamo un cane con il pelo corto ed a chiazze come un Jack Russel, coda ricurva, orecchie flosce che ci abbaia felice quando torniamo a casa scodinzolando.

Sebbene caratteristiche come le macchie, le orecchie flosce, il muso più corto, il cranio più piccolo, siano evidentemente distinte dal lupo antico e moderno, altre caratteristiche comportamentali come quelle di scodinzolare, leccare sono comuni anche ai lupi. Dunque si potrebbe pensare (i più scettici lo fanno) che l’addomesticamento ha portato solo queste evidenti differenze. In realtà non è così. Le variazioni si sono ottenute anche nella capacità cognitiva/comunicativa e fisiologica. A questo punto si trovano spesso due schieramenti, uno che vorrebbe il lupo più in gamba più furbo con delle capacità maggiori rispetto ai nostri “rimbambiti mollaccioni” cani domestici. Queste persone solitamente portano l’esempio della diversa capacità di “cavarsela” nelle Terre Selvagge (wild). Altri che invece continuano a vederli come animali identici e che dunque come “in natura” abbiano entrambi bisogno delle stesse cose e spesso si riscontra questo tentare di tornare alle origini anche nell’alimentazione.

No, non è così. Il cane domestico è cambiato, ma non si è rammollito, si è specializzato.

Un cane che si trova davanti ad una porta chiusa, si alza su due zampe e prova ad aprirla, la spinge, la morde dopo di che si siederà e guarderà negli occhi il suo umano, convenendo con lo sguardo una richiesta che pressapoco vuol dire: <Aiutami! Fai qualcosa!>. Il lupo allevato sin dalle prime settimane di vita (10gg) con l’uomo davanti ad una porta chiusa, si alza su due zampe e prova ad aprirla, la spinge, la morde dopo di che si rassegna e se ne va. Non guarderà l’umano (per lo meno non subito, non a lungo come un cane e comunque raramente). Chi vuole immaginare nel cane il mollaccione adducendo che quando non sappia risolvere un problema si aspetta che glielo risolvano “mamma e papà” e se è il caso, dice che il lupo furbo, capisce che la porta è chiusa e non ci sia nulla da fare, ha probabilmente omesso la valutazione di una cosa importantissima. Il cane si è specializzato, per vivere, cacciare, lavorare e comunicare con il proprio umano non è più un animale selvaggio… l’intesa di un lavoro tra partner è (“hardwired” direbbero oltremare) scolpita nel suo DNA. Ed infatti la dimostra anche senza socializzazione “casalinga” alle spalle.

L’esperimento del “pointing”

Gli ostinati sarebbero portati a pensare che questo comportamento sia frutto di addestramento, ma così non è. Ed a spiegarcelo sono diversi studi effettuati mettendo a paragone diverse specie animali, nei confronti sia di cani adulti, che di cuccioli, nei confronti sia di cani vissuti in famiglie umane che di cani non socializzati. Riporto per grandi linee alcuni risultati:

Un uomo, ha di fronte a sé diversi contenitori non trasparenti che nascondono un premio in cibo. Tra i contenitori e l’uomo c’è un cane, poi un gatto, una scimmia antropomorfa (scimpanzé), un lupo ed una volpe (diversi esperimenti). L’uomo indica puntando (pointing) con il braccio teso ed il dito indice della mano il contenitore sotto il quale si trova il premio. Il cane va dritto al contenitore con il premio, il cane guarda subito l’uomo negli occhi, inibisce aggressività di fronte al cibo più a lungo delle altre specie. Lo scimpanzè e gli altri animali se lo imparano, ci vuole più tempo e tentativi, oppure continuano a mantenere una certa indifferenza alle segnalazioni dell’uomo.

Il cane cozza Esperimento del pointing sui cani e lupi
  1. The domestication of social cognition in dogs
  2. A simple reason for a big difference: wolves do not look back at humans, but dogs do
  3. Human-like social skills in dogs?

Allora, si può pensare che il cane sia addestrato, dunque si mettono alla prova dei cuccioli di cane ma, questi senza ovviamente molta esperienza “di vita”, se pur con delle comprensibili maniere indisciplinate, seguono l’indicazione dell’uomo. Beh, ma se il lupo è allevato in casa sin da cucciolo ed il cane invece non ha avuto esperienza di vita con gli umani? Il risultato non cambia, il cane senza esperienza con gli umani sceglie il contenitore indicato dall’uomo comunque… La verità? La verità è che con il cane il ricercatore, lo sperimentatore, l’uomo non deve neppure puntare con il dito il contenitore giusto, è sufficiente che egli lo indichi al cane semplicemente guardandolo ed indicandolo con la sola direzione dello sguardo.

Ok e che c’entrano le volpi siberiane? Beh… le volpi messe alle prese con questo esperimento non riescono come il cane se selvatiche… ma udite udite, senza addestramento specifico, se selezionate solo (come avevamo detto) per eliminare il tratto di paura aggressiva dell’umano, riescono come i cani a seguire le indicazioni dell’uomo dopo un dato numero di generazioni. Dunque l’addomesticamento come prodotto derivato porta alla variazione anche delle capacità cognitive avvicinando le due specie a comprendersi meglio. Social cognitive evolution in captive foxes is a correlated by-product of experimental domestication

Conclusione

Alcuni di questi studi rilevano come una convergenza evolutiva come quella di inibire la paura e l’aggressività nei cani paleolitici abbia portato all’aumento della capacità cooperativa e di comunicazione e che questo potrebbe anche essere ciò in cui siano andati incontro gli uomini stessi, differenziandosi dalle scimmie antropomorfe primordiali. Se in qualche modo fosse avvenuta una selezione tra gli antenati dell’uomo che abbia potuto far riprodurre solo quegli individui meno violenti e più collaborativi tutto questa analogia appare ancora più plausibile. Limitare l’aggressività e collaborare di più per vivere un’umanità più sociale e civile.

Non voglio tediare con ulteriori complicati discorsi,ma bisogna obiettivamente notare come nella co-evoluzione cane-uomo si sia arrivati ad una tale intesa e reciproca comunicazione intima che il cane pur sapendo benissimo che non siamo cani, è ben disposto a capire il nostro “dialetto” canino. Ha assorbito la nostra comunicazione e noi siamo capaci di capire la sua.

Gli esperimenti sulla capacità di riconoscere la mimica facciale da parte dell’uomo nei confronti del cane Human Empathy, Personality and Experience Affect the Emotion Ratings of Dog and Human Facial Expressions ed il cane nei confronti dell’uomo Dogs Evaluate Threatening Facial Expressions by Their Biological Validity – Evidence from Gazing Patterns sono molti.

Fondamentalmente entrambe le specie ci facciamo capire mostrando una mimica facciale ed una vocalizzazione (Dogs recognize dog and human emotions) tipica. Comunicazione che automaticamente scatena in noi la comprensione dei suoi stati d’animo e viceversa (Dogs can discriminate emotional expressions of human faces). Si, il cane usa anche determinati segnali comunicativi solo con gli umani e solo se questi sono attenti alla comunicazione ed inoltre in base anche a che umano il cane si trovi di fronte. Li usa solo per comunicare con noi tant’è che di fronte a stimoli diversi come la presenza di cibo, l’aumento della mimica o delle vocalizzazioni non è notato (Human attention affects facial expressions in domestic dogs). E’ interessante notare come siano spesso in particolare due tipici movimenti che il cane usa per comunicare con noi: Alzare le sopracciglia e mostrare la lingua. Nello studio i dettagli ma riporto una citazione:

Abbiamo presentato ai cani una situazione sperimentale in cui un dimostratore umano si stava occupando di loro o si allontanava e variavamo se presentava cibo o meno. I cani producevano molti più movimenti facciali quando l’umano era attento rispetto a quando non lo era. Il cibo, tuttavia, come stimolo non sociale ma eccitante, non ha influenzato il comportamento dei cani. L’attuale studio è quindi la prova che i cani sono sensibili allo stato di attenzione dell’uomo quando producono espressioni facciali, suggerendo che le espressioni facciali non sono solo manifestazioni inflessibili e involontarie di stati emotivi, ma piuttosto tentativi potenzialmente attivi di comunicare con gli altri

Human attention affects facial expressions in domestic dogs

Un altro studio ha invece evidenziato la capacità di imitare inconsciamente la mimica facciale, di un compagno di giochi ad esempio, nei cani e prospetta la possibilità di ampliare l’argomento dopo aver fatto la comparazione con i lupi, per evidenziare se anche tale comportamento sia dovuto alla domesticazione del cane domestico o meno.

Dunque, complice anche la manipolazione del cucciolo appena nato, l’imprinting e la socializzazione primaria, che pur essendo utile per fargli capire che appartiene alla specie cane, vede comunque noi umani spesso e volentieri sempre presenti… o modifiche insite nel DNA dovute alla domesticazione nel corso dei millenni, fatto sta che sa che non siamo cani, ma ci tratta come appartenenti al suo branco (se socialmente formato) , in forte contrasto con ciò che spesso si pensa con una visione troppo standardizzata.

Lo studio Dogs Evaluate Threatening Facial Expressions by Their Biological Validity – Evidence from Gazing Patterns mette in risalto anche la capacità umana di interpretare questi segnali comunicativi come la mimica facciale (anche in altre specie e nella propria specie) e come sia impattante sul giudizio finale anche la capacità empatica dell’osservatore, la sua personale predisposizione alla socievolezza (estroverso/nevrotico) e non da ultimo se la valutazione si basa sul linguaggio solo del volto del cane oppure di tutta la comunicazione del linguaggio del corpo e… va da sè l’esperienza dell’uomo dal punto di vista cinofilo e l’empatia specifica (amanti dei cani). In questo spesso risiede la capacità, a volte impressionante, di alcuni uomini o donne che solo osservando un cane ne capiscono meglio e prima di altri le sue intenzioni, la sua comunicazione.

Differenze dopaminiche nel cane cozza

La principale forma di discriminazione che ha ed usa il cane è il senso dell’olfatto. E’ stato notato come i neurotrasmettitori come la dopamina e l’endorfina avessero un ruolo fondamentale nei processi motivazionali, ma anche olfattorio-motori, cognitivo/esploratori, ecc.

Questo è l’uso che se ne fa quando coinvolgiamo l’uso del naso nelle attività del nostro cane, per distrarlo, invogliarlo, motivarlo. Per questo consiglio di coinvolgere “il naso” per motivare il cucciolo a camminare con addosso il guinzaglio o per distrarre il cane da un atteggiamento bellicoso o per motivare un segugio apatico, eccetera eccetera.

La dopamina è un neurotrasmettitore importante nel sistema motorio a (livello corticale e sottocorticale), è implicata nell’attività del sistema olfattivo inclusa la parte relativa al complesso sistema di elaborazione celebrale della “ricompensa”. La dopamina è associata a molteplici funzione cognitive, ivi inclusi i processi dell’attenzione e dell’anticipazione. Dunque motivazione, movimento, emozione tutte parole etimologicamente riconducibili a movere (Latino). La dopamina è legata ai processi come olfattorio-motorio esplorativo…. ovvero annusare, ma anche al leccare, mettere in bocca, sbattere, processi motori più complicati come l’esplorare il ricercare, i comportamenti manipolatori.

Tutto questo potremmo anche descriverlo come un’intenso lavoro di anticipazione atto al raggiungimento di una ricompensa. Questo è il sistema Wanting cioè “Volere” (denominato nel 2004 da Berridge e associati) associato al sistema Seeking cioè “cercare” che va in contrapposizione con quello che è poi l’antagonista di tutta questa serie di attivazioni celebrali, che è il raggiungimento della ricompensa che viene trovata, raggiunta, individuata e… consumata.

Sia Berridge che Panksepp (1998) sono d’accordo nel concludere che i due sistemi siano incompatibili tra loro, ovvero se è in atto un processo dettato dalla dopamina, che eccita e invoglia alla ricerca e al movimento, di contro non può essere attivato il processo di consumare l’oggetto della ricerca (neurotrasmettitore: endorfina), l’oggetto o l’esperienza che si aspettava. Insomma se non stai mangiando vuoi, se stai mangiando non vuoi…

Cani con una base di dopamina alta sono meno riconducibili all'atteggiamento cane cozza

Tutto questo per dire cosa? Beh per far notare come l’aumento di questo trasmettitore o la base di partenza possa influenzare molto il comportamento di una razza.

E se dicessi che alcune razze partono da una base più o meno alta di dopamina? Ed infatti è così, come è stato dimostrato nel 1992 (Arons e Shoemaker). Border Collies, Jack Russels, Belga Malinois e Siberian Huskies hanno un alto livello di dopamina rispetto ad altri, i cani da guardiania, i segugi ne hanno un livello molto basso ad esempio.

Ecco che termini come iperattivo, ossessivo, compulsivo, cozza, poltrone, rilassato usati per descrivere una certa razza, cominciano a prendere una forma più scientifica e meno soggettiva. Essendo la dopamina associata con un comportamento deputato a esplorare e l’endorfina deputato a rilassarsi e stare bene, se un soggetto di una determinata razza già ci nasce con un livello alto o basso ecco che sarà più “scalmanato o più coccolone”.

La relazione

Bene, dunque un cane ci può nascere con la predisposizione innata ad essere più adatto a determinati atteggiamenti, ad avere delle capacità cognitive insite nel suo essere, però… Beh, però è anche ampiamente dimostrato che un cane nonostante nasca con delle predisposizioni e delle capacità ad esempio sociali, non è detto che egli le sfrutti. Perché potrebbero essere delle capacità mai “attivate” se mi si può passare il termine.

In “parole povere” se un cane che di suo è predisposto a vivere all’interno di un nucleo sociale, è capace di interagire in maniera collaborativa, ma se nasce e cresce isolato, tale atteggiamento non essendo stato “nutrito” dall’ambiente, risulterà deficitario nel singolo soggetto. E’ come se fosse capace di base, ma dovesse imparare ad esserlo, grazie all’ambiente ai componenti familiari ed alle esperienze. Questo è un qualcosa che un animale non sociale non ha, per quanto possa nascere e crescere all’interno di una famiglia, non potrà mai imparare a collaborare ad avere azioni ed atteggiamenti altruistici se vogliamo.

Ecco che l’esperienza di casa nostra, e dunque di caso singolare, possa essere altamente varia rispetto ad altre realtà. Volendo ridurre alla semplice logistica ad esempio, diciamo che nell’ambito casalingo rientra molto la logistica relativa al cane: sul dove mangi, dove riposi, cosa gli sia concesso e cosa no. Rientra molto il bilanciamento antropomorfismo o antropodieniego e verso quale dei due l’ago della bilancia si spinga di più: è utilizzato in maniera prettamente strumentale o è un figlio peloso? E le varie sfumature tra un estremo ed un altro, tipiche delle differenze culturali esistenti tra famiglie.

La gerarchia

Tralasciando la capacità del soggetto, potenzialmente una razza portata ad avere un atteggiamento più calmo, più predisposta al contatto, essendo comunque un animale sociale di branco con un’equilibrio sociale gerarchico, non possiamo escludere che questo aspetto possa avere una forte influenza in base a quale sia la sua posizione gerarchica e dunque l’atteggiamento in casa. Dunque le differenze tra cane A e cane B della stessa razza non escludono differenze legate al solo ruolo gerarchico che il cane debba avere e mantenere, per cui nel momento in cui in casa si stabilisce una gerarchia, anche gli spazi e l’utilizzo degli stessi diventa motivo di dimostrazione (naturalissima) del proprio status sociale all’interno del branco/famiglia.

E se il cane al di là della razza fosse un leader? Uno di quelli che ci nasce davvero (veramente pochi)? Allora come sarebbe la sua relazione “cozza” con i componenti del branco? Sarebbe all’apparenza freddo, distaccato, sempre vigile e presente, ma mai cozza, sarebbe “il figo della classe” quello la cui aurea di potente lo avvolge e non avrebbe bisogno di dimostrare ne di essere forte ne di aver bisogno di coccole, perché lui è il più figo e forte!! Se vuole, se le prende 😉 E se nella stessa razza ritroviamo il soggetto, timido, quello che se non ci vede entra in “paranoia” quello che deve essere costantemente rassicurato dalla presenza delle sue figure di riferimento? E tutte le varie sfumature tra questi estremi. Vediamo come la valutazione si complica ancor di più.

La chimica

Analizzando la relazione interspecifica uomo-cane, è scientificamente dimostrato come vi sia una forte componente ormonale tipicamente “bidirezionale” ovvero, una persona fortemente empatica (ad esempio, ma non solo) avrà un livello di ossitocina nel sangue che influenzerà positivamente, non solo l’approccio del proprio cane ma anche l’aumento del livello di ossitocina nel proprio cane rendendolo più predisposto all’atteggiamento “cane cozza” di quanto si possa immaginare. L’atteggiamento a questo punto genererà un abbassamento del ritmo cardiaco (in entrambi) ed un aumento di endorfine, rendendo l’associazione piacevole e dunque ricercata. Di studi in questo campo ne sono stati fatti diversi, giusto per citarne alcuni:
1) Interspecies transmission of emotional information via chemosignals: from humans to dogs (Canis lupus familiaris);
2) Oxytocin and Cortisol Levels in Dog Owners and Their Dogs Are Associated with Behavioral Patterns: An Exploratory Study;
3) The Role of Oxytocin in the Dog–Owner Relationship;
4) Effect of Intranasal Oxytocin Administration on Human-Directed Social Behaviors in Shelter and Pet Dogs.

Se affrontiamo il discorso di come nella co-evoluzione i nostri cani siano diventati in maniera “simbiontica” dei compagni ideali e il compiacerci sia diventato per loro una fonte di dimostrazione di legame affettivo, capiremo che saremo anche noi in maniera sub-inconscia a richiamare il cane cozza vicino a noi o ad allontanarlo. Per esempio questo è un aspetto trattato nello studio “Domestic dogs comprehend human communication with iconic signs“.

L’affetto, la cooperazione, l’addestramento.

Non dimentichiamo come il rapporto associativo suggerisca che l’utilizzo di rinforzi positivi nella quotidianeità si rispecchi sul tipo di comportamento che il proprio cane avrà con noi diventando più “cozza”, così come l’utilizzo di associazioni negative lo allontanerà, a questo bisogna associare l’aumento di ormoni come il cortisolo (ad esempio) che inducono una reazione anche nel cane, il nostro stato nevrotico o meno (e varie altre interferenze).

Cosa dire del tipo di attività che si svolge con il proprio cane? Influisce sul comportamento cane cozza?
Come evidenziato nello studio “Current perspectives on attachment and bonding in the dog–human dyad“: <Uno studio che ha indagato l’influenza di alcuni fattori del proprietario sulla relazione cane-uomo ha rilevato una correlazione negativa significativa tra i proprietari che utilizzano il cane “solo per compagnia” e vicinanza emotiva. Gli autori hanno definito “solo compagnia” come non partecipazione alla pastorizia, alla caccia, agilità, esposizioni canine o addestramento di cani da lavoro. Il tempo trascorso come coppia può avere un’influenza critica su questa osservazione, poiché le attività citate da Meyer e Forkman (altro studio) richiederebbero probabilmente un maggiore coinvolgimento del proprietario con il cane, un attributo che è stato segnalato come critico nella relazione cane-uomo. Inoltre, gli esseri umani che usano i loro cani solo per compagnia possono probabilmente avere un punto di vista dominionistico dei loro cani e quindi potrebbero avere maggiori probabilità di sperimentare una disfunzione relazionale rispetto a coloro che sono più disposti a impegnarsi in attività con il loro animale.>

La memoria di razza

Vorrei portare a sminuire leggermente la visione che vuole il cane di una determinata razza avere un suo modo di comunicare o un suo modo di esprimere ansia e frustrazione. In realtà, come dicevamo, innanzitutto sono tutti mammiferi di specie cane domestico, che hanno alcune caratteristiche diverse tipiche della razza e della selezione. Dunque se di razza diversa allora non sono uguali, è vero, ma la base di partenza è per tutti la stessa. Il processo di variazione cognitivo/comportamentale del cane domestico ha radici molto profonde, abbiamo plasmato per millenni il cane sia dal punto di vista fisiologico che caratteriale.

Ad onor del vero bisogna dire che uno specifico comportamento è spesso caratteristico di una determinata razza. Ecco che sentenziare: <questo lo fanno tutti i cani> e <questo è tipico di questa razza> diventa parecchio complicato e spesso ci si basa solo sull’esperienza osservativa del singolo. Avevo forse detto che sarebbe stato facile? No… però cerchiamo di entrare più nel dettaglio.

Cos’è la memoria di razza? È ciò che resta di un insieme di predisposizioni genetico/caratteriali che nel corso delle selezioni abbiamo cercato di “fissare” sempre più nei nostri cani di razza specifica. Può predisporre a comportamenti diversi? Certamente, come lo spiega,ad esempio, lo studio “Prevalence, comorbidity, and breed differences in canine anxiety in 13,700 Finnish pet dogs” ma non è la sola componente ovviamente.

Uno studio in particolare Canine Behavioral Genetics: Pointing Out the Phenotypes and Herding up the Genes ha catturato la mia attenzione focalizzandosi sulla componente genetica e dunque le differenze tra le varie razze di cani. Si ipotizza che come per l’esperimento delle volpi, dove un numero relativamente limitato di geni avesse la possibilità di mutare e contraddistinguere differenze morfologiche, allo stesso modo un numero relativamente limitato di geni possa essere la chiave delle enormi differenze e caratteristiche di razza. La scoperta di quali geni all’interno dell’intero genoma possano essere deputati a tali cambi aprirebbe uno studio interessante nella ricerca di quei geni umani deputati al comportamento.

Nei cani è abbastanza palese come la memoria di razza così volgarmente detta sia un fattore genetico ereditario. E’ lì, è nel corredo dell’animale, anche se non sviluppato “motivazionalmente” o tramite addestramento. Però è anche ampiamente dimostrato come molti comportamenti sociali non compaiano nei cani se non vi è un’interazione che li fa sviluppare. Lo studio citato è alquanto complesso entrando nel dettaglio dell’ingegneria genetica, ma dà un punto di partenza sulla valutazione alquanto comprensibile, che esplosioni generazionali, come “fissarsi su una razza”, aumentano esponenzialmente in breve tempo il numero di cucciolate e diminuiscono il pool genetico. Riporto solo la frase conclusiva dello studio che mi è piaciuta molto, ma che è conclusiva solo dello studio appena citato e appunto lascia spazio a molti altri studi da dover fare nel settore per avere le idee più chiare.

Per molti genetisti, i comportamenti più interessanti nei cani sono quelli fortemente associati alla razza, come la pastorizia e l’individuazione. Per altri, la sfida è capire la variazione genetica che contribuisce alla variazione individuale tra i cani (personalità). Altri ancora vedono nel migliore amico dell’uomo uno specchio delle nostre qualità migliori (lealtà, fermezza, allenabilità, forte etica del lavoro) e peggiori (testardaggine, aggressività e ansia). È probabile che una comprensione della genetica di tutti questi tratti produca una migliore comprensione non solo della specie canina, ma anche della specie umana.

Lo studio “Does dog-human attachment affect their inter-specific cooperation? ” ci spiega che: <I cani hanno un’innata capacità di cooperazione con l’uomo che è stata potenziata dall’allevamento selettivo durante l’addomesticamento e questa capacità di base può essere modificata dall’addestramento ma sembra essere meno influenzata dal rapporto con il proprietario>. In altre parole capiamo bene che si l’ossitocina, il cortisolo, il cane  legato a noi in maniera invadente, la sua posizione gerarchica che lo richiede eccetera eccetera… Ma se la memoria di razza è presente, possiamo all’interno della stessa razza avere il cane cozza e l’esatto opposto e riusciremo ad influenzarlo poco con una buona o cattiva relazione.

Però se all’interno della stessa razza troviamo due elementi di cui uno con forte memoria di razza sarebbe un cane cozza e l’altro invece per linea di sangue non particolarmente disposto (Lofgren et al., 2014) , avremo il cane cozza nel secondo caso? Beh la risposta è ovvia. Così come è ovvia che se la predisposizione c’è ma non è sviluppata dall’interazione “sana” con il proprietario non la vedremo.

L’argomento “memoria di razza” ha bisogno di essere trattato nello specifico in un articolo dedicato, qui ci siamo limitati a vedere anche questa come possibilità dell’avere un cane cozza o meno. Ma per quanto venga ritenuta spesso nelle discussioni cinofile come la prima motivazione per questo tipo di atteggiamento “appiccicoso” di alcuni nostri cani, in realtà l’ho trattata per ultimo proprio per dare il giusto metro di giudizio sul fatto che non è la sola componente da valutare, anzi…

Conclusioni

Il cane cozza, quello che deve starti spesso appiccicato addosso
Cane meticcio…cozza!

Ricapitolando,mi rendo conto di aver esagerato un pò con il quantitativo di informazioni raggruppate in questo articolo, e che ognuno dei paragrafi dovrebbe essere spunto per una trattazione a sé dedicata e dettagliata ma, (ho solo determinati periodi in cui mi dedico alla scrittura degli articoli ed i prossimi saranno ormai nel 2021) avevo fretta di dare un quadro ampio proprio per attirare l’attenzione sulla complessa varietà dei temi potenzialmente influenzanti il comportamento dei nostri cani, in casa con noi, ivi incluso il comportamento cane cozza.

Sappiamo che prima di essere razza, sono tutti cani ed hanno tutti un certo tipo di necessità sociale. Necessità sociale che deve essere attivata ed alimentata dal proprio gruppo familiare. Gruppo familiare che può andare più o meno a genio con l’atteggiamento cane cozza. Cane cozza che in base al ruolo gerarchico assunto può avere più o meno desiderio o necessità di dimostrare quel comportamento appiccicoso, che alcuni proprietari adorano ed altri non sopportano (per fortuna pochi). Cane cozza, il cui livello biologico indotto sia più o meno propenso al contatto ed alla ricerca della vicinanza con i vari componenti del gruppo familiare, cane che in base alla sua memoria di razza sia più o meno capace di gestire la solitudine o abbia bisogno della compagnia costante.

So di non aver dato una risposta certa ed univoca, sul comportamento cane cozza, e tante imprecisioni od omissioni siano state fatte ma, spero di aver fatto chiarezza sulla variabilità in gioco e che possiamo avere di fronte l’atteggiamento cozza o meno in base a tutta una serie di componenti. Questi possono contribuire o al contrario essere più o meno in conflitto tra loro. E noi come umani e proprietari, ci troviamo proprio in mezzo nel processo decisionale/comportamentale/gerarchico/chimico/sociale di avere in casa un cane cozza oppure no.

Alexdogs

Ciao! Sono Alessio Palleschi La mia passione per la cinofilia, che mi segue da quasi 40 anni, mi ha portato negli ultimi tempi a voler aiutare sempre più persone a creare un rapporto migliore con i propri cani, a gestire e far crescere il proprio cane nel migliore dei modi in completa autonomia. Esplora gli articoli, le guide e gli approfondimenti che ho pubblicato su questo Blogdog!

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